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Il tetro candore del nulla

Cancella dal tuo volto ogni bellezza

Nel viaggio che da fermo non mi include

Ti vedo ramo secco, che si spezza

Il voto di silenzio gonfia l’ira

La colma d’una impavida durezza

Ricade ad ogni colpo il corpo muto

Resiste la tua ruvida fierezza

L’anelito a sentirti disperato

Ti rende preda, facile bottino

La gioia d’un tuo urlo, l’orgasmo d’un latrato

Mi fanno insieme ladro, stupratore, assassino

Ho stretto attorno al collo le mie mani

La colpa tua più grande è il non reagire

La colpa del carnefice che inerme

Non sa far più nient’altro che morire.

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Cumuli

Prosegue il conto infausto delle ore

vissute nell’ombroso solco

scavato dai giorni dell’estasi d’amore

 

(2013-2015)

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Rest In Power

Ricordami che non è giusto

Volare via in primavera

Dormire così presto tra candide rose

Nel sogno incompiuto delle spighe d’oro

 

Vorrei raccontarti che è bello invecchiare

Marciare ogni giorno su campi di sole

Le trecce nel vento, le spine sul cuore

Vorrei con le labbra quel pianto cullare

 

 

 

Raccolgo l’eredità di seni mai sbocciati

Dei tuoi capelli in fiore corono il futuro

Il giorno che sulle guance tue non riposa

Rechi nel seno il profumo della vittoria.

 

Non resti del tuo viaggio un solo salto nel buio

Taccia presto il silenzio degli anni a venire

Le corde siano tese, affilate le voci

Che il canto sia spada, il dolore battaglia

 

 

 

Meriti di germogliare in alvei rosa di madreperla

Un vento dolce li accarezzi

Quei tuoi capelli nei miei capelli

Le membra riposino dove tramontano stelle

 

Per voto il tuo corpo rendesti incolore

Non dimentico, bambina, che ti donasti in sacrificio

Fedele alla tua supplica io vivrò ciò che rimane:

“Sistemate la società. Per favore.”

 

 

 

(2015, Leelah)

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ridono coi tuoi denti

Mi svegliò presto il rumore
sordo delle falci
sbocciavi cadendo
nell’immoto silenzio.

Mi fiorisci, ogni giorno,
delicato nel petto
la tua manciata d’anni
che irride la mia lunga
vecchiaia.

Ridono coi tuoi denti
accecanti di verde le colline
del tuo inestinguibile sonno
riposano i giorni rossi e grigi.

Mi leghi stretto al carro
di chi resta
nell’ ore lunghe d’un intrepido martirio.
Il vento fa del mio dolore
muta cenere che vola.

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notte dell’unità, Firenze, Settembre 2013

Decidere tutto all’ultimo secondo, salire col fido Manuel sul treno che sa di ruggine e puzza di freni consunti.
Questa volta non sei così lontana, a Firenze si arriva in fretta ed io ho un nuovo adepto da Evangelizzare.
Ha gli occhi blu, studia storia dell’arte, vive a Basilea.
Un amore di pochi giorni, bellissimo e veloce, da adolescenti.
Riprendo fiato, prima che passi.
La stazione di Firenze è ferma agli anni ’60, in autobus facciamo i biglietti con un Sms, che città piena di contraddizioni.
Festa dell’Unità, ci passi davanti con Roberta e il trucco deciso che ti fa sembrare più adulta del solito, è la prima volta che ti vedo senza i tuoi sandaletti estivi.
Bevo birra amara, siamo vicini al fiume e ai suoi riflessi notturni; saluti e abbracci e baci e che bello essere qui.
Il concerto è uno schianto e ti conquisti un nuovo fan a cui regalerò il tuo cd, per sigillare con un bel rituale questa strana specie di passaggio di consegne.
Sei una brava musicista, la voce autentica di una generazione, la mia.
Sento lo schianto dei nostri vent’anni scorrermi sotto la pelle come gas liquido mentre tu lo racconti al microfono.
Penso alle colazioni con gli occhiali da sole, nel 2007, ad amsterdam. E poi ai rientri col sole a picco sul fiume (con gli occhiali da sole, certo), in metro, a Lisbona.
La danza delle albe e dei tramonti mentre penso che sì, morirò giovane.
E le medicine, Maria Maddalena.
Parli proprio a me, anche se tu non lo sai.
Alle cose passate, alle cose perdute, alle cose fatte e a quelle non fatte. All’amore e al tormento. Alla vita arrampicata sui balconi quando pensavo non fosse rimasto più nulla.
Poi sul confine della notte riprendere un treno che sa di ruggine e puzza di freni consunti, nella sua corsa lenta contro il mattino.
Hannes mi dorme sulle gambe all’apice della sua innocenza.
Lui sì, non ha l’età. Ma davvero.
Tutto scorre, ce l’abbiamo fatta anche stavolta.
Siamo sporchi e stanchi, ma ce l’abbiamo fatta.
E’ giunto il momento di dirti Grazie per i bei momenti che ci hai regalato, per i sorrisi e gli abbracci e la tua purezza, che valgono almeno quanto le tue belle canzoni.
Spero di rivederti presto.

Paolo

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fratelli

22 anni, 23 anni

Ci sentiamo, a 25, come se ne avessimo vissuti 40.

Non è un fatto di numeri, amico mio. Siamo come certe adolescenze cotte in fretta dal sole.

Adottati, perduti, raschiati via dal fondo e poi buttati, inascoltati, combattuti. Appesi, infangati, pesanti, fragili, bagnati.

Quante vite abbiamo già vissuto, amico?

Come fratelli, coetanei, ritrovatisi per sbaglio, intenti a percorrere strade simili senza saperlo.

 

2011

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Sopravvivere a Novembre

Sono sopravvissuto alla notte

Ma a che prezzo? A tratti un moto repentino dell’animo irrompe nel mio giorno, spezzando la diga che trattiene il grosso fiume del mio dolore.

Le lacrime mi portano via tutto. Provo vergogna.

Esco dal caffè della stazione sorridendo, la barista napoletana mi ha riconosciuto – sei quello di Leroy Merlin, vero?- , sono contento per un attimo: esisto, c’è ancora dell’umanità sulla terra, non c’è solo il tuo vuoto d’amore.

In un secondo rifletto sul fatto che ho meditato di dire addio a tutto questo in un solo salto.

Piango disperatamente, cercando di nascondermi con la sciarpa.

Mi avvio con fretta crescente verso il treno. Sono nudo nel mio soffrire e a questo non ci si abitua mai.

Ho voglia di dirti che sono ancora a pezzi, che devi abbracciarmi di nuovo, che non ho più voglia di morire, ma paura di vivere sì.

Che ho finalmente capito quel sogno in cui scrivevo col gesso sul pavimento TI ODIO PERCHÉ TI AMO TROPPO!

Ti odio, perché ti amo troppo.

Ecco.

23/11/11

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